Meditations on art: ripensando a Lolita
Il palazzo della Triennale racchiuso tra la stazione di Cadorna e Parco Sempione, è sempre stato uno scrigno più che un palazzo d'esposizione. Parlo per me, s'intende.
Si entra e il bianco liscio ti avvolge. I soffitti altissimi dell'ingresso, i pavimenti lucidi che riflettono ogni passo, la scalinata verso il piano superiore, e quelli verso il basso che riproiettano anche all'esterno suggestioni di forme e colori.
Per questo somiglia ad uno scrigno: sa custodire e sa rivelare.
Ogni tanto oltrepasso quelle porte altissime. Lo faccio senza fretta e poco spesso.
Decido con anticipo il "quando" seguendo un'ideale solo mio.
E attendo che arrivi l'ora di tornarci.
Oggi, più o meno verso le 17 l'ora è arrivata.
Alle Antologie dedicate alla Pop Art non poteva mancare quella di Roy Lichtenstein.
E non potevo mancare io, seguendo la scia di Warhol e Basquiat.
La parte forse più affascinante di quest'antologia è il ritrovare continue citazioni, una girandola di omaggi e rivisitazioni. Uno studio lungo una vita che ha trasformato le emozioni personali in un'altrettanto personale forma d'arte.
Quella che comincia con una suggestione, diventa una copia e si trasforma poi in creazione.
L'anticipatore del Postmodernismo, insieme alle sue "copie che diventano originali" mi ha riproposto in chiave pittorica un concetto che avevo ritrovato in un libro.
"Tutte le grandi opere di narrativa, per quanto sia cupa la realtà che descrivono, hanno in sè il nocciolo di una rivolta, l'affermazione della vita contro la sua stessa precarietà. Ma è nel modo in cui l'autore riracconta la realtà, e ne acquisisce il controllo dando origine a un mondo nuovo, che questa rivolta prende forza: tutte le gradi opere d'arte, avrei dichiarato con solennità, celebrano l'insubordinazione contro i tradimenti, gli orrori e i tranelli della vita"
Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi, prende colore dietro gli stencil di Lichtenstein.
Mondi ed espressioni completamente diversi.
Da una parte c'è la quotidianità che sgargiante di banalità diventa arte.
Dall'altra l'arte che si cala dentro un mondo macabro per restituire una parvenza di quotidianità.
In entrambi i mondi seppure con modalità diverse, lo stesso anelito: non abdicare all'alienazione.
Essere capaci di scorgere il senso nascosto oltre il segno e trasformarlo ancora in atto creativo.
Lasciando richiudere le porte della Triennale dietro di me, ripenso agli stencil di Lichtenstein e ai veli delle donne che leggevano Lolita a Teheran. Sono tutti a pallini.
Si entra e il bianco liscio ti avvolge. I soffitti altissimi dell'ingresso, i pavimenti lucidi che riflettono ogni passo, la scalinata verso il piano superiore, e quelli verso il basso che riproiettano anche all'esterno suggestioni di forme e colori.
Per questo somiglia ad uno scrigno: sa custodire e sa rivelare.
Ogni tanto oltrepasso quelle porte altissime. Lo faccio senza fretta e poco spesso.
Decido con anticipo il "quando" seguendo un'ideale solo mio.
E attendo che arrivi l'ora di tornarci.
Oggi, più o meno verso le 17 l'ora è arrivata.
Alle Antologie dedicate alla Pop Art non poteva mancare quella di Roy Lichtenstein.
E non potevo mancare io, seguendo la scia di Warhol e Basquiat.
La parte forse più affascinante di quest'antologia è il ritrovare continue citazioni, una girandola di omaggi e rivisitazioni. Uno studio lungo una vita che ha trasformato le emozioni personali in un'altrettanto personale forma d'arte.
Quella che comincia con una suggestione, diventa una copia e si trasforma poi in creazione.
L'anticipatore del Postmodernismo, insieme alle sue "copie che diventano originali" mi ha riproposto in chiave pittorica un concetto che avevo ritrovato in un libro.
"Tutte le grandi opere di narrativa, per quanto sia cupa la realtà che descrivono, hanno in sè il nocciolo di una rivolta, l'affermazione della vita contro la sua stessa precarietà. Ma è nel modo in cui l'autore riracconta la realtà, e ne acquisisce il controllo dando origine a un mondo nuovo, che questa rivolta prende forza: tutte le gradi opere d'arte, avrei dichiarato con solennità, celebrano l'insubordinazione contro i tradimenti, gli orrori e i tranelli della vita"
Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi, prende colore dietro gli stencil di Lichtenstein.
Mondi ed espressioni completamente diversi.
Da una parte c'è la quotidianità che sgargiante di banalità diventa arte.
Dall'altra l'arte che si cala dentro un mondo macabro per restituire una parvenza di quotidianità.
In entrambi i mondi seppure con modalità diverse, lo stesso anelito: non abdicare all'alienazione.
Essere capaci di scorgere il senso nascosto oltre il segno e trasformarlo ancora in atto creativo.
Lasciando richiudere le porte della Triennale dietro di me, ripenso agli stencil di Lichtenstein e ai veli delle donne che leggevano Lolita a Teheran. Sono tutti a pallini.





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