Festa della mamma. Reload.
Non ho mai ripresentato lo stesso post per la stessa ricorrenza.
Ma la ricorrenza è particolare, particolarmente interpretata e per certi versi particolarmente sentita.
Per cui lo riprendo pari pari ad un anno fa.
Le accomuna il coraggio e il sacrificio.
Questa storia lega il nord al sud, meglio di come potrebbe fare qualunque ponte sullo stretto.
Avvicina le anime libere, lega gli idealisti, incoraggia i figli che sono rimasti e che non si accontentano di obbedire alla cieca.
Queste storie raccontano di tutti quelli che nel loro vocabolario hanno cercato parole come dignità, coraggio, libertà, responsabilità, partecipazione e le hanno trovate belle, importanti, preziose a tal punto da farne un impegno di vita.
Ne hanno fatto idee e di quelle si sono armati nella lotta contro poteri antichi e nuove dittature.
Hanno sfidato l’ordine che esigeva cieca obbedienza, e anche se non sempre sono rimasti al nostro fianco, ci hanno lasciato un patrimonio ideale prezioso, un nuovo vocabolario di parole vive e palpitanti, che gli scagnozzi del potere vorrebbero spacciare oggi per lettera morta.
Ma sappiamo che quelle parole, hanno la forza di vite e vite, sono tenaci e sanno andare oltre il limite del foglio.
Trasudano slancio e pretendono riscatto.
Hanno bisogno di memoria viva.
Francesca.

Francesca arrivò a Sciara insieme al figlio di pochi mesi.
Era una donna che non passava inosservata: giovane, bella e abbandonata dal marito.
Lavorava la terra, faceva la raccolta delle olive, la mietitura, qualunque lavoro per permettersi di poter dare un’istruzione al figlio.
E Salvatore, con il lavoro della madre, ebbe il privilegio di prendersi la licenza elementare, il “diploma”, come orgogliosamente lo chiamava lei.
Salvatore Carnevale guidò le occupazioni delle terre, fondò in paese la prima sezione del sindacato e la prima sezione del partito socialista.
Per questo suo impegno al fianco degli sfruttati fu vittima di un attentato mafioso, cadde con dei colpi sparati al fianco e al torace a cui seguirono tre colpi di grazia “Due in testa, uno alla bocca…Colpirono alla testa, devastandogli la massa cerebrale, per distruggere le sue idee. Colpirono alla bocca perché aveva osato esprimerle per difendere i più deboli””
La madre Francesca sarà la prima donna a partecipare ad un processo contro la mafia e a sancire il principio secondo cui si può e si deve denunciare la violenza mafiosa.
La signora Francesca Serio non avrà mai giustizia.
Il processo, che arriva fino alla Cassazione e che vede tra gli avvocati persino due presidenti della repubblica (Giovanni Leone come difensore degli imputati, Sandro Pertini come esponente del PSI) assolve tutti e in pratica sancisce che LA MAFIA NON ESISTE.
E invece la mafia esiste, e come diceva Peppino Impastato E’ UNA MONTAGNA DI MERDA!
Felicia.
Felicia di mafia non ne sapeva nulla, seppur cresciuta in Sicilia non era mai venuta a contatto con ambienti mafiosi e probabilmente non ne avrebbe mai saputo nulla se il padre avesse consentito al suo desiderio di sposare un giovane di Castelvetrano di cui Felicia si era innamorata.Quell’amore non ebbe mai seguito perché il padre di Felicia non diede il suo consenso alle nozze, e la ragazza obbediente, si attenne alla volontà del padre.
Fu così che sposò Luigi Impastato, ignorando il fatto che fosse un mafioso.
Non uno di quelli di spicco, ma comunque mafioso.
Felicia pur essendo ligia alle “regole dell’obbedienza” cercò un compromesso col marito e pur senza rompere con la famiglia riuscì ad educare i figli in modo diverso.
Trasmise loro i valori della democrazia e fu sempre per loro una figura di protezione.
Ma non riuscì a proteggere Peppino, che alzò la voce contro il clan Badalamenti.
Prima con i comizi, poi con il giornale, poi con la radio.
Fino a che fu ammazzato, la notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978.
Trattato per anni alla stregua di un terrorista.
Prima di morire Felicia Bartolotta ha visto riscattata la memoria del figlia, riconosciuto vittima di mafia.
Gina.Gina Galeotti Bianchi nacque a Mantova nel 1913, e giovanissima si trasferì a Milano.
Le sua vita si intrecciò in modo indissolubile con i suoi stessi ideali, quello di una patria libera e quello dell’affermazione dei diritti delle donne.
Non poteva dunque non essere che una delle figure di primo piano del Gruppo di difesa delle donne e di assistenza ai combattenti della Liberà, costituitosi a Milano nel ’43 ed estesosi sul territorio italiano occupato, al fine di mobilitare tutte le donne di età e condizioni sociale diverse e organizzarle in modo che fossero in grado di affrontare tutte le necessità che scaturivano dell’inasprimento della guerra e dell’occupazione nazi-fascista nelle diverse città.
Gina, insieme alla sua bicicletta e col nome di battaglia Lia, fu protagonista di diverse azioni contro l’occupazione nazi-fascista in città e al contempo si impegnò per l’emancipazione femminile, affinché fosse riconosciuto il ruolo della donna nella società italiana.
Dai gruppi di difesa delle donne nacque quello che oggi conosciamo come UDI, unione donne italiane.
Lia, fu per tutta la vita una combattente.
La sua convinzione era quella che un mondo migliore poteva esserci solo se esistevano libertà, democrazia e giustizia sociale.
E in nome di questi ideali visse tutta la sua vita, fino al 24 aprile del 1945.
Quel giorno Lia fu falciata all’ingresso del quartiere Niguarda da una scarica di mitra tedeschi.
Morì nella speranza che il figlio potesse vivere in un’Italia Liberata.
Quando Lia morì era incinta di pochi mesi.
Abito adesso a pochi passi dalla casa in cui la partigiana Lia diresse i gruppi di difesa delle donne, e prima di adesso abitavo altrettanto vicina al quartiere dove Lia morì insieme al figlio che portava in grembo.
Seppur trapiantata qui sono figlia della stessa terra in cui hanno vissuto e sofferto Francesca e Felicia e non posso fare a meno idealmente di riconoscermi figlia di queste donne, così diverse eppure così indomite e antagoniste.
Tutte madri, che in nome di un futuro migliore hanno messo a repentaglio qualunque cosa, perfino la vita come nel caso di Lia.
Se il presente non ci offre esempi fulgidi cui trarre ispirazione per la nostra condotta, se le nostrae stesse madri ci spingono al compromesso e all’accettazione, ricordiamoci di queste donne.
Ricordiamoci di queste madri, e idealmente facciamoci adottare dal loro ricordo portandone avanti impegno e dedizione.
Per un futuro migliore.



